L’art. 4 della legge 604/1966 indica, con il termine licenziamento discriminatorio, ogni licenziamento determinato da “ragioni di credo politico o fede religiosa, dall’appartenenza ad un sindacato e dalla partecipazione ad attività sindacale”, sancendone la nullità indipendentemente dalla motivazione addotta dal datore di lavoro.
L’art. 15 dello Statuto dei lavoratori, inoltre, stabilisce la nullità di qualsiasi atto o patto diretto “a licenziare un lavoratore a causa della sua affiliazione o attività sindacale ovvero dalla sua partecipazione ad uno sciopero”, nonché di ogni licenziamento discriminatorio in quanto attivato ai fini di discriminazione politica, religiosa, razziale, di lingua e di sesso, di handicap, di età o basata sull’orientamento sessuale o sulle convinzioni personali”.
Tale disciplina è stata rafforzata dall’art. 3 della legge n. 108/1990 che ribadisce la nullità del licenziamento discriminatorio “indipendentemente dalla motivazione addotta” e, nel contempo, dispone l’applicazione della sanzione della reintegrazione nel posto di lavoro, a prescindere dalle dimensioni dall’impresa.
Il lavoratore vittima di licenziamento discriminatorio potrà comunque scegliere se essere reintegrato nel posto di lavoro o ricevere il pagamento dell’indennità supplementare prevista dai contratti collettivi per il licenziamento ingiustificato (Cass. Civ., sez. Lav., 4 gennaio 2000, n. 22).
La legge inoltre equipara, quanto ad effetti, al licenziamento discriminatorio quello intimato in concomitanza con il matrimonio, quello disposto in violazione del divieto di licenziamento in materia di tutela della maternità e della paternità e, infine, il licenziamento riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o quello fondato su motivo illecito determinante ai sensi dell’art. 1345 c.c.
Il d.lgs. n. 150/2011 stabilisce che spetta al datore di lavoro l’onere di provare l’insussistenza del licenziamento discriminatorio quando il lavoratore fornisce elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico, dai quali si può presumere l’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori.


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