La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 10037/2015 ha identificato sette parametri con cui la vittima di mobbing deve dimostrare di essere stata danneggiata sul lavoro, che sono: ambiente, durata, frequenza, tipo di azioni ostili, dislivello tra antagonisti, andamento per fasi successive e intento persecutorio.
Le vessazioni dunque devono verificarsi sul luogo di lavoro, devono essere reiterate per un congruo periodo di tempo e non essere episodiche, ma molteplici.
Fra le condotte devono essere presenti almeno due fra quelle elencate di seguito: attacco alla possibilità di comunicare, isolamento sistematico, cambiamento delle mansioni lavorative, attacchi alla reputazione, violenze o minacce.
Occorre inoltre un dislivello tra gli antagonisti, con inferiorità manifesta della vittima delle violenze.
Le fasi successive devono essere le seguenti: conflitto mirato, inizio del mobbing, sintomi psicosomatici, errori e abusi, aggravamento della salute, esclusione dal mondo del lavoro.
Infine è necessario vi sia l’intento persecutorio, ovvero un disegno premeditato per tormentare il dipendente.


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