Esaminiamo adesso i presupposti di applicabilità nel pubblico impiego.
La Corte di Cassazione, nella pronuncia n. 2142/2017 ha affermato che, anche nel pubblico impiego, al fine di potersi realizzare il mobbing lavorativo, devono ricorrere i seguenti presupposti:
a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio, con intento vessatorio, posti in essere contro la vittima in modo sistematico e prolungato nel tempo;
b) tali atti, che possono essere illeciti oppure leciti se singolarmente considerati, devono provenire direttamente dal datore di lavoro o da un suo preposto, oppure da altri dipendenti sottoposti al potere direttivo dei primi;
c) l’evento lesivo della salute, della personalità o della dignità del dipendente;
d) il nesso di causalità tra le condotte e il pregiudizio subito dalla vittima alla propria integrità psicofisica e/o propria dignità;
e) l’elemento soggettivo, cioè l’intento persecutorio unificante di tutti i comportamenti lesivi.
Il caso esaminato riguardava un vigile urbano che, per rappresaglia rispetto ad alcune rimostranze, era stato collocato presso un altro ufficio ed era stato lasciato inattivo e senza compiti o gli erano stati assegnati compiti esigui.
Il dipendente era stato inoltre collocato in un ambiente senza sedia nè scrivania ed era stato costretto a stare in piedi nel corridoio.


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